Treccia di grano "Etrusco" integrale ai semi misti

Avevo giusto in dispensa un pacco di farina integrale di grano “Etrusco” di Floriddia e il sacco porta pane tremendamente vuoto dopo la falcidiante influenza bi-settimanale.
Detto fatto, una treccia integrale decorata coi soliti immancabili semini misti: sesamo, lino scuro e zucca.
La ricetta è sempra la solita, sempre semplice che più semplice non si può, ma eccola qua, anche per quelli di primo pelo.

Treccia di grano “Etrusco” integrale ai semi misti
150 g di pasta madre rinfrescata
500 g di farina integrale di grano “Etrusco”
300 ml di acqua
un cucchiaio di olio extravergine di oliva
due cucchiaini di sale marino
semi misti (sesamo, lino scuro, zucca) per decorare

Sciogliete velocemente la pasta madre nell’acqua e cominciate a aggiungervi la farina, sempre impastando.
Verso metà impasto, aggiungete il sale e l’olio, e continuate a lavorare finchè non avrete ottenuto un impasto liscio e omogeneo.
Fate lievitare in una ciotola coperta a temperatura ambiente per 4-6 ore, fino a raddoppio.
Trascorso questo tempo, dividete l’impasto in tre parti uguali e formate tre filoncini, che andrete poi a intrecciare formando una bella treccia.
Disponete la vostra treccia su una teglia rivestita con carta da forno, spennellatene leggermente la superficie con un poco d’acqua e decorate coi semi. Fate lievitare un paio d’ore ancora e poi infornate a 250°C. Cuocete per 10 minuti circa, poi abbassate la temperatura del forno a 200°C e continuate la cottura per altri 30 minuti circa.

Due parole sul grano “Etrusco”.
Si tratta di una varietà “antica” di grano duro, dal colore dorato, ricco di proteine “buone” e di micronutrienti essenziali. Per non essere stato sfruttato in passato nell’agricoltura intensiva presenta caratteristiche di buona digeribilità anche per coloro che…
possono presentare problemi di intolleranze (come sempre, queste note sulle intolleranze vanno prese col benificio del dubbio, essendo ogni grano, ogni farina e ogni persona diversi gli uni dagli altri).

Noto inoltre con piacere che l’azienda Floriddia specifica bene nel retroetichetta il nome scientifico del grano utilizzato: Triticum turgidum ssp. turanicum. Che quindi puà farci capire, se siamo abbastanza scaltri, che non si tratta effettivamente di una “antica varietà di grano duro”, come può essere, ad esempio, il Senatore Cappelli o la Tumminia (Timilia, ecc…), ma di un’altra specie, molto simile, diciamo un parente.
Per capirci, se il grano duro (antico o moderno che sia) si chiama scientificamente Triticum turgidum ssp. durum questo si chiama Triticum turgidum ssp. turanicum. 
Lo stesso turanicum che rimanda a quando detto sul Kamut e confermato sul loro sito web.
Trovo davvero molto interessante che diverse aziende (come la stessa Floriddia, Ecor, Agribosco, ecc…) stiano cominciando a lavorare su queste diverse famiglie di grani, riscoprendoli e cominciando a valorizzarli in primo luogo sul campo, ma nello stesso tempo voglio lanciare un segnale, una richiesta di attenzione per il povero consumatore che ha bisogno di chiarezza.
Non bombardiamolo con nomi esotici, promesse, mitologie, caratteristiche miracolose.
Non riempiamoci la bocca con frasi come “il Kamut italiano” cercando di cavalcare le vendite di un fenomeno (da baraccone) di successo, ma trasmettiamo chiarezza.

Per questo mi sento di stimolare tutti i prodottori agricoli nell’adozione di una etichetta chiara, parlante, con ben specificata la famiglia e eventualmente la varietà. Sarà poi il consumatore, saremo noi consumatori, a richiedere maggiori informazioni, a ricercare più notizie, curiosità, dettagli.

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